Gioielli Macadamia, che dolce sei?

L'alfabeto Macadamia Gioielli (Photo www.macadamia.it/blog)

L'alfabeto Macadamia Gioielli (Photo www.macadamia.it/blog)

Il potere dell’estate è quello di portare un po’ di leggerezza nell’aspetto delle persone. A cappe pesanti, lunghi cappotti, piumini rigonfi, si sostituiscono abitini sottili, magliette colorate e accessori di ogni genere, meglio se estrosi, un po’ frivoli e un po’ freak. Se il caldo spinge all’essenziale, il vezzo non rinuncia ad esibirsi, e così ecco comparire collane e collanine di ogni genere, che hanno il merito di completare un look che altrimenti ci sembrerebbe un po’ spoglio in confronto ai tanti strati dell’inverno.

È così che in un pub inglese in una calda serata infrasettimanale, la mia amica ha fatto gli straordinari a scuola, per una volta fuori dall’aula, per una volta a studentesse di età superiore ai 10 anni. Aveva al collo un ciondolo smaltato rosso e bianco, a forma di caramella di quelle che gli americani appendono sull’albero di Natale. La maestra ci ha spiegato che quel bastoncino stava per la lettera L, ovvero l’iniziale del suo nome, e subito tutte e 4 le sue allieve hanno tirato fuori i loro smartphone per correre a vedere a quale dolce corrispondesse la lettera del proprio nome.

Si chiamano Macadamia Gioielli e la collezione in questione è la Sweet Secret Code: “code” come codice, perché magari, anziché una sola lettera, si vuole formare tutta la parola come il proprio nome, per non essere troppo originali, così da mettersi al collo un’intera pasticceria. Fortuna che Bianca è corto, non vorrei essere nei panni di una Elisabetta o di una Valentina.

Macadamia Gioielli (Photo www.macadamia.it)

Macadamia Gioielli (Photo www.macadamia.it)

Mattoncini portaombrelli Pedrali, costruire è un gioco

Pedrali Brick (Photo www.pedrali.it)

Pedrali Brick (Photo www.pedrali.it)

Una delle cose più belle che ho visto a New York è il negozio della Lego davanti alla pista di pattinaggio della Rockefeller Plaza. Colonne alte fino al soffitto bucate in oblò ricolmi di mattoncini Lego di tutti i colori: non solo giallo, rosso e blu, ma proprio tutte le sfumature. Facevano venire voglia di affondarci le mani e rimestare, e poi metterli insieme e costruire cose. Del resto i Lego non sono giochi solo da bambini, anche se è da bambini che li si inizia ad amare: si parte dalla casetta e si arriva alla Torre di Pisa delle nuove Architecture Lego.

La Torre di Pisa Lego (Photo architecture.lego.com)

La Torre di Pisa Lego (Photo architecture.lego.com)

Ci piacciono così tanto i mattoncini, che poi li cerchiamo o li individuiamo in altre forme del reale, in ambiti e dimensioni diverse. Per esempio nei portaombrelli Brick di Pedrali, esposti all’ultimo Salone del mobile. Secondo quanto puntualizzato dall’azienda Pedrali, gli ideatori Pio e Tito Toso, non si sono ispirati ai Lego per i loro “Brick” – mattone appunto -, ma piuttosto a una parete divisoria scomponibile in diversi pezzi. L’idea di fondo era quella di creare un oggetto di arredo che non fosse solo funzionale ma anche modulare e impilabile. Anche il pezzo singolo è carino, ma visti tutti insieme creavano uno spettacolo divertentissimo.

Quella meraviglia che si prova nel progettare e veder realizzare nelle proprie mani qualcosa per gioco, dove finisce nella vita reale? Le relazioni non sono forse villette che negli anni diventano palazzi e grattacieli? Forse questa è la parola chiave: anni. Coi Lego si fa molto più in fretta.

Brick Pedrali al Salone del Mobile

Brick Pedrali al Salone del Mobile

Suburbia Seletti, ordinati si nasce o si diventa?

Suburbia (photo www.seletti.it)

Suburbia (photo www.seletti.it)

Un amico di un amico di un amico odiava mettere a posto casa. Ancora di più, era l’essenza estrema del disordine, il tipo di persona che può tenere l’intera moltitudine dei suoi averi ammucchiata tra le tasche dei jeans, un tavolo e una sedia, accatastata su più strati, distribuita in ogni angolo della stanza e sentire comunque di vivere in un ambiente ordinato (nonostante il non trovare mai niente confermasse l’esatto opposto). Quell’amico di un amico di un amico aveva a che fare con una persona che invece aveva scelto l’ordine per marito: un sodalizio duraturo sebbene non primordiale, poiché il fatidico “Sì” divenne realtà in un periodo ben identificabile sull’asse temporale. Non si sa come fosse successo: da bambina per esempio odiava concludere i giochi, perché quello era il momento in cui ogni cosa doveva tornare al suo posto. Poi però accadde l’imprevedibile, forse grazie anche alla costante e paziente pressione dei genitori, e a un certo punto, collocabile nella tarda adolescenza, qualcosa è scattato: l’ordine è diventato prima un piacere poi un bisogno. Non tanto per comodità, quanto per l’appagamento viscerale suscitato dal vedere una stanza rassettata.

Il disordinato e l’ordinata cercavano di venirsi incontro, ma con scarsi risultati. Quando il disordinato si sforzava di andare contro natura, metteva a posto: finita l’estrema fatica, scodinzolava dall’ordinata, la tirava per la caviglia e le mostrava la sua stanza “perfetta”.  Ta-dah. L’ordinata, mentre apprezzava il gesto, contava la doppia dozzina di elementi fuori posto che inspiegabilmente erano sfuggiti all’ordinato e che invece a lei saltavano all’occhio come un neon in una strada buia.

Suburbia Seletti

Suburbia Seletti

Quando l’ordinata decideva di andare contro natura cacciava in fondo allo stomaco la sensazione di fastidio che il caos le creava: tentava di distrarsi, si lamentava di un paio di cosucce fuori posto (sebbene ne vedesse almeno cento), fingeva di tollerare e si chiedeva nel mentre se col tempo e con pazienza quello con l’ordine sarebbe potuto diventare un ménage à trois. Del resto pure per lei non era stata un’attitudine innata.

Nella ricerca del compromesso si sono rivelate essenziali soluzioni provenienti dal magico mondo del design. Gli svuota tasche prima di tutto: il disordinato poteva (sebbene mai naturalmente) buttare l’oggetto del momento, non in un punto imprecisato del tavolo, ma nel mucchio scompigliato di una vaschetta. L’ordinata poteva fingere che lo spazio di quella vaschetta non esistesse nel cosmo, e godere del resto del tavolo rimasto sgombro. E poiché non tutto può stare in posizione orizzontale, molto gradita è la nuova paretina attrezzata Suburbia di Seletti: va bene in bagno, in camera da letto o all’ingresso, oltre a contenere oggetti arreda e lascia spazio alla creatività.

La speranza è che la fatica lasci il posto all’abitudine, che il gesto diventi automatismo, il che però implicherebbe che il disordinato si converta all’ordine e che il tondo muoia quadrato. Forse i matrimoni combinati funzionano solo in giovane età.

Tavolo Mogg, una vita di emozioni o di sentimenti?

Chez Philippe di Mogg (Photo www.mogg.it:MOGG_2012.pdf)

Chez Philippe di Mogg (Photo www.mogg.it:MOGG_2012.pdf)

Ci sono persone che vivono di emozioni. Passano da un travolgimento all’altro, ne diventano dipendenti come da una droga – la droga dell’adrenalina probabilmente -, consumano momenti ad altissima intensità uno dietro l’altro, con un’avidità che cancella anche la percezione del tempo. Vanno al massimo. Costruiscono una vita da ricordare, dove i ricordi sono brevi esperienze, concluse ma d’oro. Ci sono persone invece che vivono di sentimenti. Le loro giornate sono più lente, ripetitive, a volte ferme. Più che di esperienze, loro parlano di lunghe fasi di vita. Riflettono, scelgono, credono e investono. Faticano di più, costruiscono giorno per giorno un progetto, lottano per un’idea, e quando la realizzano ne sono grati e sanno che non la perderanno se non in circostanze estremamente sfortunate. E non crollano e non sentono quel senso di vuoto che lasciano invece le emozioni quando se ne vanno.

Sono due modi di vivere totalmente diversi. Qualcuno li prova entrambi. Qualcuno li associa alla giovinezza e alla maturità. Qualcun altro invece è dentro all’una o all’altra modalità eppure non se ne rende conto. Si può passare da un modo di essere all’altro? Una persona che ha vissuto tutta una vita di emozioni, può scegliere di passare alla sponda dei sentimenti? Morirà di noia o scoprirà il valore del lento consumo? E chi ha sempre vissuto di sentimenti, potrà una mattina decidere che la vita è ora e adesso, potrà accelerare il ritmo e bruciare lui stesso alla velocità di un fiammifero, pensando che ogni giorno è l’ultimo e vale la pena di raschiarlo fino al fondo del barile? E soprattutto: due approcci al mondo così diversi possono compenetrarsi?

Si potrebbe dire che chi vive di emozioni nei momenti di vuoto sente poi il bisogno del sentimento, di appoggiarsi a quelle fondamenta solide che sono le persone del gruppo S. Al contempo, che chi vive di sentimento, sente il bisogno di farsi “rianimare”, resuscitare, da chi invece coglie l’attimo, dalla forza travolgente e spensierata del gruppo E. Ma E e S, si capiscono veramente oppure si usano a vicenda?

Si ci può interrogare sulla durata di tali unioni, ma certo rimane un dato di fatto che anche in questo caso gli opposti si attraggono, almeno per un po’. La vecchia legge del bianco e del nero, dello Yin e dello Yang: sono belli insieme ma non si mescolano veramente, ognuno mantiene la sua forma, stando in piedi solidamente anche da solo. Un po’ come il tavolo Chez Philippe disegnato da Claudio Bitetti per Mogg. Interessante notare che, secondo l’antica filosofia cinese, il nero è la metà dell’universo della femminilità: sarà per questo che vorrei il bianco?

Chez Philippe di Mogg (Photo www.mogg.it:MOGG_2012.pdf)

Chez Philippe di Mogg (Photo www.mogg.it:MOGG_2012.pdf)

Temporary shop Solofate, oggi sì domani chissà

Temporary Shop Solofate (/www.solofate.it)

Temporary Shop Solofate (/www.solofate.it)

Il mondo si divide tra chi ha l’ansia del futuro e chi ha l’ansia del futuro. Prima di arrivare a questa conclusione pensavo che invece un buon 50% di noi non avesse apprensioni. Credevo che fossero quelli che vivono alla giornata, quelli che pensano meglio un uovo oggi che una gallina domani, quelli che assaltano il buffet perché domani chissà se avremo da mangiare (col risultato di ritrovarsi in overdose da qualcosa e pur sempre vivi, giorno dopo giorno). L’ansia ce l’abbiamo tutti, qualcuno l’affronta cercando di programmare il suo domani nel dettaglio, cercando di ingannare l’avvento dell’inopinabile, qualcun altro fa finta che non esista perché ha troppo paura di preoccuparsene. Allora la differenza sta nella reazione, nella conseguenza, ma il punto di partenza non è molto diverso, comunque ce la si racconti.

Certo è che far finta che non ci sia un domani, talvolta aiuta. Vivere all’estremo ogni singolo giorno regala il vantaggio di essere ben concentrati sul presente, quello che c’è qui e ora, il temporaneo.  Sarà da qui che nasce l’amore per i temporary shop: quella vetrina in quell’angolo di città che di settimana in settimana cambia veste, a volte è accesa, a volta è spenta. Non sai mai cosa succederà, o almeno tu non lo sai, ma in fondo è la stessa cosa.

“Oggi e solo per oggi” è lo slogan del temporary shop, mutuato direttamente dalla bancarella del mercato, ma con un salto di stile e di qualità. E allora carta e penna, cancellate gli impegni dall’agenda e preparatevi all’evento della settimana prossima: Solofate – il portale dello shopping dell’usato di lusso – apre una vetrina per una settimana in via Cosimo del Fante, 5 a Milano. Dal 25 maggi al 1 giugno le “fatine” saranno aperte tutti i giorni dalle ore 10:00 alle ore 19:00. Comprare, vendere, e verificare che l’usato garantito sia davvero garantito. Per il futuro ovviamente: checché se ne dica, ci si ritorna sempre.

Temporary Shop Solofate (/www.solofate.it)

Temporary Shop Solofate (/www.solofate.it)

Elastic Living Clei, case come archivi

Clei ElasticLiving

Clei ElasticLiving

Studiare mi è sempre piaciuto. Richiede un’attenzione totale, ragionamento, collegamento e apre mondi nuovi sull’asse del tempo e su quello dello spazio. Trascorrere intere giornate nelle biblioteche antiche di Milano non è sicuramente quello che definiremmo divertimento, ma per me non è mai stato neanche noia. Negli archivi storici poi, girare i maniglioni degli scaffali per distanziarli e infilarsi dentro file stracolme di libri, mi ha sempre dato una certa vertigine: come se le menti di secoli di generazioni di uomini fossero stipate in dimensione provetta dentro uno scrigno magico. Pensavo che quegli scaffali salvaspazio fossero stati pensati solo per i libri, ma il Salone del Mobile 2013 mi ha insegnato che possono contenere persino un intero appartamento.

Clei ElasticLiving

Clei ElasticLiving

Questo almeno nel progetto pioniere “Elastic Living” che l’architetto Angelo Roventa ha ideato per Clei. Negli scaffali movibili si nascondo interi ambienti: la cucina, lo studio, la camera da letto, persino il bagno.

Naturalmente siamo al limite estremo dell’idea, ma il concetto è precisamente lo stesso: le case sono archivi in cui conserviamo i nostri giorni, i nostri anni, i nostri decenni. Chiaro che toccherà essere molto ordinati nel riporre gli oggetti al loro posto, per poter chiudere gli scaffali e attaccarli gli uni agli altri (non è mica una valigia, che se non si chiude ci salti sopra). Ma la vera domanda è: servirà anche uno schedario per trovare le cose?

Clei ElasticLiving

Clei ElasticLiving

Lampadari colorati, donna Gypsy e rincasata

Lampadario Gypsy (www.leroymerlin.it)

Lampadario Gypsy (www.leroymerlin.it)

Chi abita in un bel palazzo d’epoca o in un’accogliente casetta affacciata sulle montagne, in riva al mare o appoggiata su una verde collina, ha anche la fortuna di sfruttare il contesto per arredare gli interni. Le possibilità magari si riducono – perché un arredamento marittimo a 1000 metri ha poco senso, come le perline alle pareti di un bilocale in spiaggia –, ma lo stile segue la sua corrente naturale. Il paesaggio, il cortile, le vetrate fanno già il 50 per cento del lavoro per rendere una casa una bella casa. Chi vive invece in un normale appartamento di città ha altri problemi: primi fra tutti il calore e l’anonimato.

I mobili moderni che riempiono le case urbane tendono, infatti, a farle apparire un po’ tutte uguali: geometriche, pulite, ordinate. Colorare i muri può smorzare l’effetto, ma ha altre controindicazioni e alla fine non risolve il problema dell’anonimato, che è poi la malattia che le rende le une simili alle altre. Chi abita in questo trilocale? Un uomo del XXI secolo, anzi dei primi decenni del XXI secolo, e Ikea in questo ha una grande responsabilità (alzi la mano chi non ha un letto Malm o una libreria Billy).

Lampadario Gypsy versione large (www.leroymerlin.it)

Lampadario Gypsy versione large (www.leroymerlin.it)

Facile dire: “largo alla fantasia”. Perché se il budget è quello, l’offerta non è poi così varia. L’unica arma allora è l’accostamento inatteso, la scelta dell’elemento eccentrico abbinato al consueto. Sono i dettagli, le asimmetrie a personalizzare gli ambienti, perché non sono mai scontati e nascono solo dal gusto e dalle esperienze di vita di chi li raccoglie.

Dopo mesi di totale disinteresse, le quattro mura di casa mia sono tornate visibili ai miei occhi. Ho dovuto addomesticare gli spazi, abituarmici. Come con una barbie nuova, ho lasciato addosso all’appartamento i vestiti iniziali per un bel po’ di tempo, e ora sono pronta a cambiarli e a portare dentro il mio passato, il mio presente e il mio futuro.

Ho deciso di iniziare dai lampadari: di solito la gente li lascia per ultimi, ma io che sono a metà percorso, li ho già trovati. O almeno ho scelto quello della sala: in mezzo ad alte pareti bianche, a mobili bianchi e neri, squadrati, cromati, metallici, sboccerà un grappolo di collanine e pendenti di plastica di tanti colori. Si chiama “Gypsy”, lo vende Leroy Merlin e fa il verso agli imponenti lampadari La Murrina. Una beffa, una battuta, una risata: l’istinto all’evasione, alla dissacrazione, alla ribellione, che coesiste proprio con la rigida geometria. Mi sembra un autoritratto perfetto.

Ca doro La Murrina (Photo www.lamurrina.com)

Ca doro La Murrina (Photo www.lamurrina.com)

 

Tavolo Tulip, l’amore non ha età

Tulip Eero Saarinen (Photo www.icollector.com)

Tulip Eero Saarinen (Photo www.icollector.com)

Certe cose non cambiano mai. Certe altre sì. Quale debbano cambiare e quali no, non è dato decidere. In certi casi tocca accettarlo e basta. Se è possibile sostituire una giacca, comprare una macchina nuova o tingersi i capelli; se persino la chirurgia estetica potrebbe portarmi via quel naso che fin dall’infanzia mi perseguita, anzi mi precede, il mio nome, la mia data di nascita, persino i miei gusti (o almeno lo zoccolo duro), quelli rimarranno fino alla fine. E per fortuna: qualche punto fermo dovremo pur averlo nella vita. In un mondo in cui ogni stagione sforna novità, nella moda, nel design, nell’arredamento, ci ostiniamo a comprare pezzi storici che hanno riempito le case di generazioni di abitanti. Vogliamo le novità, le cerchiamo nei cataloghi, alle fiere, ai Saloni del mobile, e poi finiamo per acquistare il frigorifero della nonna (riammodernato certo, ma pur sempre uno Smeg rimane). Mi chiedo allora: quanto ci piace cambiare? Forse che delle certezze le vogliamo tutti? O forse che quello che piace, piace davvero, rimane sempre in cima alla classifica di gradimento, nonostante nuovi avvicendamenti di tutto rispetto?

La domanda rimane aperta e in fondo la risposta non è essenziale. Oggi che mi trovo a pensare a un nuovo tavolo per la mia casetta, guardandomi intorno lo sguardo ricade sempre su di lui, l’idea di Eero Saarinen. Tulip: 73 anni compiuti. Non sarà di primo pelo, ma tanto l’amore non ha età.

Shopping online Solofate, sprecare è peccato

Solofate (www.solofate.it)

Solofate (www.solofate.it)

Se in tempi di crisi il settore del lusso non patisce, gli occasionali del lusso tendono invece a diventare acquirenti più oculati. Penso a quella famosa fascia media che da duecento anni a questa parte domina le disquisizioni socioeconomiche, quella fetta di consumatori che ama le cose belle e che risparmia per permettersele di tanto in tanto. In momenti come questi quel paio di scarpe, comprato in un momento di follia e messo una volta nella vita, pesa quanto un macigno sul carretto dell’asino, infastidisce più di un moscerino nell’occhio. Giudizioso senso di colpa. A volte si rimedia regalandole all’amica, ma è raro che si rientri almeno in parte nella spesa.

Nasce così l’idea di uno shop online di grandi firme, che rivende prodotti usati ma in buone condizioni garantite: si chiama Solofate, compra e vende abbigliamento e accessori per donne e bambini. Scarpe, borse, collane, orecchini, abiti, magliette, cappellini. Una vera boutique d’alto livello a portata di click.

Il rischio è di farsi ingolosire dai prezzi scontati e che si vada per vendere e si finisca per comprare: del resto le cose belle non smettono di piacere, neanche nei periodi di crisi.

 

 

Art for Economy, ridateci l’arte e l’economia

Too big (Debora Fella) - Troppo grandi per fallire? Ispirato alla Lehman Brothers (http://artforeconomy.wordpress.com)

Too big (Debora Fella) - Troppo grandi per fallire? Ispirato alla Lehman Brothers (http://artforeconomy.wordpress.com)

Per molti poeti e artisti del passato l’arte è stata prima di tutto conoscenza. Dai classicisti ai decadenti, a Benedetto Croce, l’espressione artistica è stata ora rappresentazione della realtà, ora mezzo per sondare l’inconscio. Per certi versi nel mondo di oggi l’arte sembra aver perso molto del suo prestigio e della sua importanza: i potenti non fanno più a gara per avere a corte gli artisti più illustri, i governi investono sempre meno nella cultura. Eppure l’arte è diventata democratica, e se non viene più cercata dall’alto come una volta, nasce per iniziativa di singoli dal basso, fuoriuscendo da inedite combinazioni.

The red line di Marianna Lodi: il confine rossa spezzato e rattoppato tra l'economia europea e il resto del mondo (http://artforeconomy.wordpress.com)

The red line di Marianna Lodi: il confine rossa spezzato e rattoppato tra l'economia europea e il resto del mondo (http://artforeconomy.wordpress.com)

È così che appena entrata al Salone del Mobile 2013 ho incontrato Stefano Colombo, anima del Art for Economy. Il progetto ha solo un anno ma ha già le gambe forti di un bambino più grande. L’idea è quella di rappresentare la società che viviamo attraverso lo sguardo visionario dei migliori studenti delle Accademie delle Belle Arti e il sostegno di alcuni Istituti e università del mondo: teorie e concetti economici complessi, resi comprensibili, in modo immediato, a tutti attraverso la pittura.

Blind man’s buff  di Viola Ceribelli, ovvero le aziende famigliari cieche al cambiamento (http://artforeconomy.wordpress.com)

Blind man’s buff di Viola Ceribelli, ovvero le aziende famigliari cieche al cambiamento (http://artforeconomy.wordpress.com)

È così che l’economia – questa sconosciuta che vive e ci governa dalle grandi Borse finanziarie del mondo – viene ad essere appannaggio di tutti perché del resto a tutti appartiene, ed è sempre così che l’economia restituisce all’arte la sua funzione primaria, quella di mezzo per capire la realtà. Due piccioni con una fava. Molto bravi, andate a cercarli.

The fall of a Banker.The fall in a glass di Nicole Bacchiega - perdersi in un bicchiere d'acqua (http://artforeconomy.wordpress.com)

The fall of a Banker.The fall in a glass di Nicole Bacchiega - perdersi in un bicchiere d'acqua (http://artforeconomy.wordpress.com)

www.artofeconomy.com

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